https://i.postimg.cc/4xwVWRZs/161126145740-fidel-castro-and-mandela.jpg Contrattempo all'Avana

martedì 18 ottobre 2016

IL SANGUE AMBRATO DEI NERI CUBANI

        
        
        Nonostante le abbondanti piogge e in barba a tutte le teorie cosmogoniche, nell’isola di Cuba si potrebbe fare a meno dell’acqua perché esiste il Rum. Le bevande alcoliche, se ingurgitate in generose quantità, procurano le sensazioni più disparate. La birra fa gonfiare lo stomaco e chi la beve diventa sguaiato e spesso violento, i superalcolici come il whishy, il cognac o la grappa tendono ad avere un gran effetto soporifero, il buon vino rosso può rendere persino il più ottuso degli uomini un amabile e brillante conversatore.
        Il rum, invece, appartiene ad una categoria unica. E’ violentissimo (gli inglesi lo chiamavano “kill-devil”) e al contempo mielato e dolcissimo. Si ha l’impressione di bere legno allo stato liquido, antichissimo e stagionato. Riesce a mantenere alta la soglia di attenzione di chi lo beve più d’ogni altro superalcolico. Le sbornie di Rum sono quasi eroiche e prima di apprezzarle è necessario prenderne almeno tre o quattro, altrimenti non ci si capisce niente. Il Rum di cui vale la pena parlare è però quello invecchiato per un minimo di 7 anni, altrimenti si parla di bevande da usare solamente per la preparazione di cocktail. 
        
        Il liquore venne distillato per la prima volta a Cuba e a Barbados attorno al 1650. Si tratta di un sottoprodotto della canna da zucchero che dopo vari miglioramenti del processo di distillazione si è evoluto diventando una bevanda alcolica pregiata.
        
      La coltivazione della canna da zucchero a Cuba è sempre stata fondamentale per l’economia dell’isola che per molto tempo è dipesa in larga parte dal raccolto e dalla vendita dei prodotti e sottoprodotti della pianta (Ernesto Guevara rimproverava a Castro la mancata diversificazione della produzione agricola – l’intero territorio era infatti coltivato a canna da zucchero, e ciò acuiva la vulnerabilità dell’economia cubana che dipendeva in modo abnorme dalla buona riuscita del raccolto della monocultura).  


        Va subito detto che il consumo di Rum a Cuba è smisurato. Il cubano tende ad esagerare in tutte le proprie manifestazioni, e la sconfinata capacità di immagazzinarlo  nel proprio stomaco è considerata tratto dell’uomo forte e macho. Se ne consumano quantità inverosimili. Mai nella mia vita avevo visto esseri umani riuscire a bere tanto. Gli stessi cubani dicono: “A la hora de tomar somos como caballos”. Anche in Venezuela, “pais hermano”, quanto ad assunzione di superalcolici non si scherza. Pare che il paese abbia il primato del più alto livello di consumo di whisky nel mondo. Anni fa sono rimasto stupito dal fatto che almeno tre cartelloni giganti su cinque a Caracas pubblicizzassero dubbie marche di whisky.
        
        A Cuba il Rum viene usato per mille uffici. Nei riti della Santerìa è indispensabile come l’acqua benedetta, le ostie o il vino della religione cattolica; si nebulizza con la bocca sul corpo della persona che viene così purificata dagli influssi negativi. Non esiste convegno amoroso che non venga battezzato da almeno un paio di bicchierini di Rum, che sempre scaldano gli animi. 

        Nella preparazione di molti piatti e dolci, e in cucina in generale, il Rum viene usato spesso, anche se è necessario sottolineare che invece di sprecarlo nella preparazione di 
pietanze varie , il cubano il più delle volte preferisce farlo riposare all’interno delle proprie budella. I sigari cubani vengono da molti insaporiti imbevendoli nel Rum più pregiato.


         Dalla canna da zucchero, oltre al Rum, si producono decine di sottoprodotti. Persino la benzina! Anche il Rum è benzina, ma si tratta del combustibile fra i più raffinati che esistano e quello su cui si è imbastita più letteratura d’intrattenimento. Basti pensare ai pirati, ai bucanieri, ai corsari, a Henry James, Sir Francis Drake e molti altri. Il Rum è stato il primo alcolico distillato in America e senza questo l’intero continente non avrebbe senso e forse non esisterebbe così com’è ai giorni nostri.
        
        Il Rum e le melasse da cui la bevanda si distilla sono state le monete di scambio per foraggiare il florido commercio di schiavi tra l’Africa occidentale e i Carabi. Il primo nome che venne dato alla bevanda fu “rumbullion”. 


        Gli schiavi neri portati ai Carabi non erano acquistati dai rivenditori locali ma venivano in gran parte scambiati con melassa poi trasportata un po’ più a nord, nel New England. A quel punto la materia prima era accuratamente elaborata, distillata e trasformata in Rum. Il prodotto finito veniva quindi re-impiegato per un ulteriore baratto, questa volta in Africa, ottenendone in cambio nuovi schiavi. Questi, alla fine del lungo ed estenuante intreccio commerciale, erano trasferiti ai Carabi dove avrebbero alimentato con il loro indispensabile lavoro quest’immane circolo vizioso.         


        Il liquido mielato è parte integrante della storia dei neri africani. Il Rum è quindi paragonabile al sangue che scorre nelle loro vene, sangue ambrato appunto. Le vite degli schiavi, al culmine della precarietà, dipendevano interamente da un incessante scambio commerciale che barattava il loro sangue per il pregiato distillato e viceversa (basta pensare a quanti di loro venivano lanciati fuori bordo se si ammalavano durante la traversata transoceanica o ai morti nelle piantagioni di canna da zucchero a causa delle condizioni di lavoro inumane). Non c'è niente di più interconnesso e simbiotico del rapporto che esiste fra il Rum e i neri cubani discendenti degli schiavi africani. 
        Gli stessi schiavi, lavorando nelle piantagioni dove si coltivava la canna da zucchero da cui si produce la melassa ed il Rum, sostenevano l’intera impalcatura su cui poggiava la tratta che è poi terminata a Cuba con la cacciata degli spagnoli. Il Rum è però rimasto, e oggi si consuma in così grandi quantità forse per esorcizzare le memorie del passato. E’ la fiamma che accende l’allegria della “fiesta cubana” . 

        Nel resto del mondo si consuma miscelato. A Cuba, soprattutto i neri, di solito lo bevono liscio. Forse lo fanno inconsciamente per ricordare a se stessi che quel liquido è l’origine di tutta la loro tradizione, cultura e vita nel Nuovo Mondo. Perciò non va contaminato con nessun altra sostanza. I cattolici bevono il vino che è sangue di Cristo, i neri cubani bevono Rum per non perdere la memoria dei loro travagli passati. Di certo c’è che oggi lo fanno per scordare i travagli presenti.
        

      
 
       A Cuba non esistono milionari o miliardari, almeno così dovrebbe essere in un paese comunista. Fino a pochi anni fa però, prima della quasi totale meccanizzazione del raccolto, esisteva un tipo anomalo ed imprevisto di milionario che riceveva, come fosse un cavaliere del lavoro, onorificenze d’ogni tipo da parte dei vertici politici e amministrativi. Non si tratta di imprenditori di grido che hanno fatto fortuna dal nulla, ma di semplici contadini che lavoravano alla “Zafra”, l’epica raccolta della canna da zucchero da cui ancora dipende in parte la buona salute dell’economia dell’isola. I milionari erano i “guajiros” che riuscivano a tagliare durante la loro vita un milione di canne da zucchero. Pochi raggiungevano un simile traguardo, ma una volta oltrepassato, venivano coperti di riconoscimenti e medaglie d’ogni foggia per aver contribuito in maniera determinate all’avanzata della “Revolucion”. 

  
        Tornando alla tratta dei neri, gli spagnoli iniziarono ad importarli sin dai primi anni del ‘500, subito dopo la scoperta di Hispaniola, divisa oggi tra S.Domingo e Haiti, e di Cuba. Anche la canna da zucchero venne importata nell’isola nello stesso periodo. La canna zucchero non è mai stata endemica dell’allora Isola Fernandina. Alcuni dicono che sia stato Cristoforo Colombo ad introdurla sia a Hispaniola che a Cuba. Altri affermano che il primo piantatore sia stato de Ballester o un tal Aquillon, entrambe viaggiatori dell’epoca. In ogni caso è certo che prima della scoperta del Nuovo Mondo, da quelle parti, la canna da zucchero non si era mai vista.
       
   
       
        Neri e canna da zucchero sono quindi, ancora di più, per ovvie ragioni storiche, binomio inestricabile. Sorti condivise ed inscindibili li accomunano sin dai primissimi passi mossi in questa nuova terra mai vista prima che però, almeno in alcuni scorci, assomiglia all’Africa a tal punto che alcuni schiavi una volta sbarcati, dopo aver ottenuto una illusoria libertà grazie a spericolate fughe e asserragliamenti nei luoghi più impervi per sfuggire ai propri aguzzini, si ostinavano a marciare in direzione est verso il sole, teneramente convinti di poter prima o poi riguadagnare la propria terra d’origine.
        
        Gli schiavi venivano in gran parte dalle zone centrali dell’Africa occidentale, ed  appartenevano a tribù che avevano tratti distintivi e soprattutto caratteriali molto diversi tra loro. Esistevano i Mandinga  definiti docili, infaticabili, generosi, rapidi nell’apprendimento ed eccessivamente fatalisti, forse a causa dell’influenza religiosa musulmana. I Lucumì, i più intelligenti, ottimi lavoratori ma difficili da soggiogare. I Bambaras, robusti, volubili ma allo stesso tempo allegri e dolci. O ancora i Fulas, catalogati come i più belli (oggi nel gergo cubano la parola fula ha svariati significati; curiosamente, tra i tanti appellativi impiegati per i dollari, fula è quello più in voga) e gli Yolofes, agguerriti, bellicosi, e anch’essi difficili da governare. Quest’ultimi, di origine senegalese, vennero impiegati dai francesi nelle truppe coloniali. La loro aggressività obbligò la casa reale spagnola a promulgare un editto che ne vietava la l'importazione nel Nuovo Mondo perché costituivano una seria minaccia per l’ordine pubblico. 
        
        In ogni caso, nonostante le differenze, tutti gli  antropologi ed etnologi dell’epoca, fra cui spicca Don Fernando Ortiz, concordano nel definire i neri che sacrificarono la loro carne alla tratta come: “Naturalmente indolenti, di una sensualità debordante, allegri, amanti del piacere frenetico e del ballo, timorosi di fronte a ciò che non conoscono ma coraggiosissimi se minacciati da un pericolo reale e visibile”. 
      
     
        Gli uomini bianchi che colonizzarono Cuba possedevano anch’essi vizi e virtù. Gli spagnoli di quell’epoca erano guerrieri professionisti  che per anni si erano scontrati con gli arabi e gli ebrei durante la Reconquista delle provincie del sud della Spagna, e in quel momento individuarono nelle Antille e nell’America Latina la naturale valvola di sfogo delle loro pulsioni. Un pugno di nobili e soldati affamati, la cui unica competenza era massacrare nemici, accompagnati da un clero figlio dell'Inquisizione altrettanto bellicoso e di una intransigenza esacerbata a causa della continua lotta contro gli infedeli. Per ragioni storiche, la gran parte dei colonizzatori, oltre che dal regno di Castilla, provenivano dalle regioni del sud della penisola iberica e mostravano maggiore aggressività e necessità di guadagni immediati. Tutto il contrario delle popolazioni del nord che da tempo vivevano in condizioni di relativa pace, occupandosi prevalentemente di commerci.
        
        Questa è la psicologia dei cosiddetti  “conquistadores” spagnoli. In pochi anni, infatti, la popolazione aborigena venne sterminata, e di loro restano solo tracce filologiche, soprattutto nel lessico geografico, zoologico e botanico, e scarsi resti archeologici. Quando tutti gli indios vennero trucidati, iniziò l’importazione dei neri. Il proverbiale coraggio e generosità che contraddistinguono la psicologia del cubano, forse in parte derivano dalla fusione di queste due etnie che colonizzarono l’isola e che continuano a costituirne la parte predominante.
      





      Il 27 di dicembre del 1868 Manuel de Cespedes, un ricco proprietario terriero d’origine spagnola, decise di liberare i propri schiavi proclamandone la libertà nella nuova “Cuba libre”. Questo gesto segnò l’inizio della guerra di liberazione dei cubani dal controllo della monarchia spagnola. Nel 1886, con un Ordine Reale si proclama l'abolizione della schiavitù nell'isola.
        
        Il calvario dei neri d’Africa iniziava al momento della loro cattura. Spesso, durante il trasporto via terra verso i punti d’imbarco, per evitare che si rifiutassero di continuare a marciare, gli veniva mozzata la testa sul posto per convincere gli altri a continuare il cammino. Clarkson, uno storico inglese dell’epoca racconta di marce forzate che arrivavano a coprire in alcuni casi fino a 1200 miglia in condizioni a dir poco disumane. Non è un caso infatti che quasi la metà degli schiavi morisse lungo il percorso, che si riduceva ad un cimitero a cielo aperto frequentato incessantemente da avvoltoi. Spesso succedeva che nei principali punti d’imbarco ci fosse un eccesso di offerta di carne umana, e ciò induceva i mercanti della tratta e il re della tribù di turno, nel tentativo di arginare le perdite, a sopprimere gli esemplari meno trattabili. Nel caso in cui non si riusciva a piazzare parte del carico, gli schiavi dovevano essere sostentati e le spese erano a carico dei capi delle tribù locali che alimentavano la tratta. Questi allora preferivano sopprimere gli esemplari meno prestanti  e forti. Forse la bellezza dei neri cubani dipende da questa immane legge di mercato.
        
       Il metodo più spiccio per disfarsi degli schiavi più vecchi, dei giovanissimi e dei meno commerciabili era molto semplice ed efficace. Venivano legati uno all’altro, imbarcati su delle canoe e scaricati al largo con dei pesi attaccati alle caviglie. 
        L’esemplare ideale doveva avere tra i 15 e i 30 anni, uomo o donna, e se sano e con la dentatura completa, dopo un primo esame, riceveva l’appellativo di “pieza de India”, schiavo commerciabile. Fernando Ortiz racconta nel suo libro “los Negros Esclavos” dell’esame minuzioso a cui venivano sottoposti gli schiavi da parte dei mercanti prima di essere comprati. Oltre alla tradizionale ispezione della dentatura, della pelle e di tutti i possibili anfratti corporei, si obbligava lo schiavo a saltellare, correre, muovere le articolazioni per assicurarsi che non vi fossero imperfezioni che potessero giustificare uno sconto da parte del negriero. Uno studioso francese racconta anche della strana usanza di leccare il mento della “pieza de India” per stabilire, basandosi sulle indicazioni fornite dal sapore del sudore, se lo schiavo fosse in buona salute e capire dalla durezza della barba l’esatta età dello stesso. 

      
        Molti componenti delle tribù dell’Africa occidentale erano convinti che i bianchi, dopo averli comprati e trasportati fino al luogo predestinato, li avrebbero divorati nel corso di pantagruelici banchetti.
        Una volta a bordo, gli schiavi venivano spesso marchiati a fuoco e se si rifiutavano di mangiare gli venivano bruciate le labbra con carboni ardenti. Li si minacciava di  farglieli ingoiare se avessero continuato nel loro intento. Quando poi i venti contrari rallentavano il viaggio e iniziavano a scarseggiare i viveri, diventava inevitabile scaricare fuori bordo parte della mercanzia. Ortiz racconta della testimonianza di un capitano di marina, tale M. d’Arglancey,  ospite a bordo di una nave adibita al trasporto degli schiavi, che vide con i propri occhi il comandante ordinare l’uccisione di alcuni schiavi la cui carne venne poi fatta mangiare al resto del carico per consentirne la sopravvivenza! Di simili casi se ne contano a decine nelle cronache dell’epoca, oltre agli inevitabili stupri collettivi a cui erano soggette, da parte dei marinai imbarcati, le donne nere trasportate. Nei casi di tentativi di ribellione a bordo, i capi della rivolta venivano soppressi, e si costringeva il resto degli schiavi a mangiarne le interiora per dissuaderli dal mettere in atto qualsiasi tentativo di ammutinamento. Molto spesso, gli schiavi decidevano di suicidarsi gettandosi a mare, e per questa ragione, sui lati delle navi, venivano tese delle reti per impedire gesti sconsiderati. A quel punto, molti preferivano lasciarsi morire di fame o di sete piuttosto che arrendersi  al destino che li aspettava. 

        All’inizio dell’800, quando in Inghilterra e in Francia la tratta dei neri d’Africa fu proibita, diventando di fatto illegale, le condizioni di trasporto peggiorarono perchè le rotte verso l’America venivano pattugliate dalle navi dei due governi alla ricerca di contrabbandieri. Le navi usate per il trasporto degli schiavi furono allora sostituite da imbarcazioni più veloci, gli american clippers.
        I commercianti di schiavi, per cause di forza maggiore, dovettero diventare ancora più spietati, e molti corsari nordamericani che avevano combattuto nella guerra del 1812 si dedicarono alla tratta ingaggiando spesso dei combattimenti contro le navi della corona per salvare il proprio carico.
        Una volta giunti a destinazione, gli schiavi erano smistati nelle piantagioni dove li aspettavano nuovi soprusi e violenze.
        
        La vita nei campi di lavoro ruotava attorno alla figura del Mayoral, l’uomo che si occupava di tenere a bada la “negrada” e di farla lavorare duramente e ad ogni costo. Il Mayoral era quasi sempre di razza bianca e costituiva l’anello di congiunzione fra gli interessi dei ricchi proprietari terrieri e gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni. La sua spietatezza ha riempito migliaia di pagine di racconti e cronache dell’epoca, e sopravvive ancora nelle tante telenovelas che continuano ad essere prodotte in America Latina e narrano in chiave popolare questa triste pagina della storia del continente.  A volte i latifondisti mostravano più spirito "umanitario" del Mayoral, specialmente durante il periodo del raccolto. Dovendone controllare direttamente il buon andamento, riuscivano ad arginare lo spirito violento e i rigori imposti dal Mayoral, arrivando perfino a perdonare gli schiavi, risparmiandogli così severissime punizioni. Sottoposto al Mayoral, esercitava il proprio potere il Contramayoral, figura ben più temibile del suo quasi parigrado bianco. Di razza nera, apparteneva spesso a tribù un tempo ostili a quella della “negrada”, e mostrava nei confronti degli schiavi una ferocia implacabile e una insaziabile sete di vendetta.
        Fernando Ortiz racconta anche che, durante le feste comandate, i neri venivano spesso obbligati a ballare, cantare e suonare i “tambores” così da mantenere vivo il ricordo della propria terra e delle tradizioni, evitando l’eccesso di nostalgia che avrebbe potuto influenzare negativamente il loro sforzo produttivo. 

        Accadeva anche che i “tambores” venissero usati  per comunicare con gli schiavi delle piantagioni limitrofe. Ciò indusse i proprietari terrieri a limitarne l’uso facendoli sostituire con le meno rumorose  “tumbanderas”. Il ballo sfrenato e la musica ritmica sono sopravvissuti nella cultura afrocubana per più di cinque secoli forse anche grazie a questa fortuita serie di coincidenze che hanno permesso l’evoluzione della inimitabile musica cubana, che ancora oggi costituisce il vero spirito del popolo.
      
   
Le punizioni inflitte agli schiavi nelle piantagioni meritano una attenta analisi perché dimostrano quanto alti possano essere i picchi di ferocia che la bestia umana riesce a raggiungere. Esisteva un preciso codice e una esatta scala di valori a seconda dei vari livelli di gravità dell’infrazione commessa dagli schiavi. Ad ogni colpa o delitto corrispondeva una punizione ben definita. Si trattava di un sistema penale organicamente articolato.  Ed  era imposto in maniera quasi scientifica nel triste tentativo di commisurare i reati alle pene. 
        

        Di solito era il Contramayoral che si occupava direttamente di infliggere la pena allo schiavo rivoltoso. Oltre ai ceppi e alla famigerata garrota che veniva usata per le esecuzioni capitali, lo strumento di tortura privilegiato era la frusta. Nella province del sud dell’isola veniva usato un ramo d’albero che ancora oggi si chiama “matanegros”.
        La pratica della flagellazione aveva numerose varianti a seconda della gravità del crimine. La pena più lieve era chiamata “novenario”. Ortiz racconta che lo schiavo veniva sottoposto a una serie giornaliera di nove frustate alla schiena per nove giorni consecutivi, aggiungendo che tale pena non costituiva un pericolo per la vita del condannato. Per casi più gravi esisteva il “bocabajo llevando cuenta”, pena molto più rischiosa per la sopravvivenza dello schiavo. Il condannato doveva non solo subire le frustate del Contramayoral, ma era anche obbligato a contarle, e nel caso in cui commetteva un errore, si ricominciava dall’inizio.  La vita dello schiavo in questo caso dipendeva dalla clemenza di chi infliggeva la pena perchè, il più delle volte, risultava impossibile mantenere la concentrazione e continuare a contare senza commettere errori. Questa punizione poteva anche essere raddoppiata, trasformandosi così nel  “bocabajo llevando cuenta doble”.  Allora i Contramayoral erano due e non era più necessario caricare la frustata, dando così un attimo di respiro al condannato. Mentre uno colpiva, l’altro era già pronto per il colpo successivo, senza soluzione di continuità.
        
        Esistevano poi altre varianti del “bocabajo”. Quella riservata alle donne incinte era sicuramente la più crudele, ma almeno aveva come obbiettivo la salvezza del nascituro che costituiva sempre un capitale da non disperdere. Nel caso in cui il Contramayoral avesse calcolato male le distanze, la frusta, invece di fermarsi sulla schiena, avrebbe potuto inavvertitamente colpire il ventre della donna, destinando a morte sicura il bambino. Si escogitò quindi un sistema perfetto per preservarne la vita. Dopo aver scavato per terra una buco che potesse contenere il ventre della donna riparandolo da ogni rischio, si procedeva certi che se anche questa fosse morta, almeno il figlio sarebbe sopravvissuto. Spesso i proprietari terrieri concedevano la libertà allo schiavo che aveva avuto più di dieci figli.
        
        La pianta della canna da zucchero accompagna la storia dei neri afrocubani in maniera inesorabile marcandone ogni tappa della loro vita, nella sofferenza estrema ma anche, per fortuna, nella gioia dell’ubriacatura. A proposito della simbiosi tra i neri e il rum, anche nel singolare sistema penale che vigeva nelle piantagioni, le melasse e i prodotti della canna svolsero un triste ruolo che avvalora l'idea di cui sopra. 
        In alcuni latifondi, il “guarapo”, prodotto della prima spremitura della canna, veniva fatto bollire e poi versato sulla testa dello schiavo che moriva soffrendo in modo inenarrabile. In altri era in voga la pratica di seppellire lo schiavo riottoso fino al collo in una fossa, cospargendogli la testa di melassa perché gli insetti potessero lentamente divorarlo. In un’altra variante del supplizio, si ricopriva il corpo dello schiavo di zucchero e lo si legava a fianco di un formicaio, condannandolo anche in questo caso ad una morte atroce.
        
        La fuga era quindi l’obbiettivo naturale che gli schiavi perseguivano con tenacia ferrea. Quando riuscivano a dileguarsi, si rifugiavano nelle zone montagnose e impervie delle “sierras” dove si procuravano l’indispensabile per sopravvivere. A quel punto lo schiavo diventava “cimarron, schiavo fuggito dalla piantagione e costretto per sempre a vagare in cerca di cibo e acqua, eternamente braccato dai “rancheadores”, i cacciatori di schiavi al soldo dei proprietari terrieri. Il loro compito era di rintracciare i “cimarrones” e abbatterli perché questi, oltre a costituire con le loro frequenti incursioni e razzie un pericolo per il latifondo, potevano indurre gli ex-colleghi alla fuga. Nel caso in cui le loro gesta si fossero protratte troppo a lungo, avrebbero persino potuto accendere, con l’alimentarsi del loro mito, le polveri di una rivolta. Quando il “rancheador” uccideva il “cimarron” , gli tagliava le orecchie che consegnava al proprio datore di lavoro dimostrando che il compito era stato eseguito ed evitando di dover trascinare fino al latifondo i corpi degli schiavi fuggitivi.
        A volte i “cimarrones” si organizzavano in piccole comunità chiamate “palenques” e riuscivano perfino a rintuzzare gli attacchi dei “rancheadores”.
       
      
     
  
      A scandire il  ritmo della vita dei neri e a condizionarne costantemente l’esistenza c’è sempre stata la pianta della canna da zucchero, i suoi derivati e il suo prodotto più raffinato, il rum.  Tutto il loro spirito vitale nel Nuovo Mondo sembra trarre origine ed emanare da questi elementi e le loro nuove tradizioni, maturate dopo l’esodo forzato a Cuba, li ripropongono incessantemente in ogni riferimento, sia nel caso delle immani sofferenze che l’epoca schiavista inflisse loro che nelle occasioni di divertimento, quando il rum diventa l’insostituibile componente che fa scattare le giuste molle del semplice piacere del ballo e del canto sfrenato. Non esiste spettacolo più trascinante della vista di un gruppo di neri afrocubani, in preda ai fumi del rum, che cantano e si dimenano al ritmo dei “tambores”, soprattutto se si pensa a ciò che sta dietro a quelle danze e a quei ritmi, e a cosa esprimono i tormenti che li hanno originati. 

        Forse si tratta di ingenuo sentimentalismo tipico dell'occidentale attratto dall’esotismo di certe manifestazioni popolari, ma non si può negare l’emozione per la profondità 
e la forza di questa musica.  La Rumba , la danza del riscatto e della liberazione dalla schiavitù fa capire che per i neri afro-cubani, da più di 500 anni, la prima valvola di sfogo ai sogni frustrati è costituita dalla musica e dal ballo, che nel parossismo arriva a simulare l’atto sessuale in modo unico, quasi ferocemente e senza limiti corporali, mantenendo al contempo una levità irraggiungibile. 
        

        
        I neri afrocubani sono l’essenza di questa terra e ne rappresentano la parte più viva ed intoccabile, e non è un caso che in tutte le manifestazioni culturali a Cuba la loro presenza sia dominante e le loro tradizioni trabocchino da ogni dipinto, da ogni parola scritta nei romanzi, dalle poesie, dalle canzoni popolari, e tutto ciò nonostante non costituiscano maggioranza numerica nel paese. E’ una cultura che nasce dalle viscere dell’uomo, dalla grande Mother Africa che ci ha tutti generato, e per questo riesce a toccare le nostre corde più profonde ed intime, che spesso tendiamo a nascondere e per cui a volte proviamo perfino vergogna. Cultura semplice come dice il mio amico Augusto, semplice, poderosa e resistente a tutti i tentativi di annientamento che hanno messo in atto nel corso dei secoli i bianchi che hanno soggiogato gli afrocubani.












     

martedì 20 settembre 2016

LA NUOVA GRAMMATICA CUBANA



Sono tanti i cubani che sopravvivono grazie a piccoli commerci illegali che le autorità tollerano, a patto che non si superino certe soglie di arricchimento che metterebbe a repentaglio l’equità sociale, baluardo invalicabile della Revoluciòn. 

Per rimpinguare il magro reddito che lo stato garantisce è necessario darsi da fare. Comprare formaggio in provincia, per esempio, per poi piazzarlo in città a prezzi maggiorati. O rivendere vestiti e accessori d’ogni tipo importati da chi fa la spola dal Messico o dal Perù. O ancora accaparrare uova e patate comprandole ai mercati statali, per poi rivendere la merce quando questa rapidamente si esaurisce. 

Bisogna però stare attenti alla polizia che è spesso sulle tracce dei "contrabbandieri". Basta essere pizzicati mentre si vende un pacchetto di gamberoni e ci si ritrova in commissariato, e se si hanno dei precedenti si rischia di passare qualche tempo in galera. 

Hai il fiato delle autorità sul collo e rischi anche che qualcuno ti denunci. 
C’è chi afferma che in ogni cubano alberghi un potenziale poliziotto. Si tratta di un’esagerazione. Come in ogni altro paese si denuncia per invidia, per problemi personali, per denaro, per dispute d’ogni tipo e qui, a volte, anche per zelo rivoluzionario. 

L’ossessione del controllo costante crea anche un senso di precarietà dal quale è difficile liberarsi. Nessuno è mai completamente certo di operare all’interno dei confini della legge perché tutti abbiamo un neo da nascondere.

Allora per il cubano è necessario scivolare nell’anonimato, cercando di dissimulare per continuare a trafficare. Senza mai ostentare prosperità economica, condizione aborrita dal sistema. 

Per potersi inabissare, evitando così il controllo della polizia e dei potenziali delatori, il cubano, oltre a mille altri stratagemmi, ha sviluppato un gergo da strada che ha come prerogativa principale l’assenza del soggetto. Camminando per strada si sentono frasi che hanno del surreale. 

In condizioni normali, quando si articola una frase, è imperativo enunciarne il soggetto, altrimenti per l’interlocutore sarebbe molto difficile comprendere. Nei quartieri popolari cubani, e non solo in quelli, il soggetto diventa una variabile impronunciabile. Nel caso in cui fosse rintracciato, il rischio di essere scoperti mentre si opera illegalmente sarebbe altissimo. Questo diventa allora ostaggio perenne e non arriva mai a vedere la luce del sole. 

E’ una specie di fantasma, non va mai nominato perché si tratta dell’elemento principe della corruzione e dell’illegalità. 

I più compromettenti hanno natura distinta: aragoste, carne di manzo, sigari, vestiti riciclati o rubati, formaggio, gamberoni, telefoni cellulari, frullatori, pentole elettriche per cucinare il riso, magari rubate nei negozi statali. 

Tutti scambiati illegalmente e a dispetto delle norme vigenti. Anche i loro succedanei hanno natura differente. Durante una conversazione in presenza di terze parti che si sospetta possano avere propensione al deferimento, si impiegano formule gergali ormai stabili e consolidate. 

“Compraste eso?”, “Tienes lo mio?”, “Le diste aquel?”, sono i modelli più usati. Dipende dalla perspicacia e dalla rapidità di elaborazione di chi ti sta di fronte afferrare al volo il soggetto che, obbligato alla clandestinità, si nasconde tra le pieghe delle contingenze sintattiche. 

Andrebbe eretto a questo un monumento alla memoria in ogni piazza del paese. Sulla lapide un epitaffio, nella speranza che un giorno possa riemergere, in barba al clima tropicale, dal lungo congelamento in cui è confinato ormai da quasi 60 anni. 

Senza parole non puoi esprimere pensieri. Quante più parole conosci tanto più ingegnosi i pensieri. Senza soggetto, cos’è che non puoi fare?







giovedì 4 agosto 2016

SESSO SUI TRENI E NEGLI OSPEDALI.

In ospedale e sui treni si respira aria di voluttà. C'è inclinazione a consumare sesso in modo vorace. In ospedale forse succede perché il contatto diretto con la malattia e la morte ci ricorda che vale il sesso a farcele scordare. 
La promiscuità si respira miscelata all'ossigeno negli ospedali. Il contatto coi corpi e la carnalità diffusa fanno da contorno. D'altronde, si scopa tanto in tempo di guerra e sotto le bombe, quando la morte è vicina. 
La lunga sfilza di storie narrate e vissute con le infermiere come protagoniste. Dalla migliore letteratura alla filmografia da soldati in libera uscita. L'infermiera è sogno proibito e realtà provata. 
Quelle divise verdi che adesso si usano, mai troppo attillate, eppure parzialmente rivelatrici, nascondono reali difetti e concedono un'illusione di quasi perfezione. Il disegno della silhouette è appena accennato, e mostra abbastanza da far immaginare il corpo più bello o il meno armonioso.

Sui treni è forse l'energia cinetica, l'assenza del tempo o la sua sospensione e il galleggiare generato dal veloce scorrere sulle rotaie che crea scollatura da quello tradizionale, e ci regala ad un limbo dove tutto può succedere. 

Per non parlare dello scenario esterno che dando un'occhiata al finestrino scorre rapidissimo. Cambia costantemente e ci trasmette ancora di più, come non fosse abbastanza, una sensazione di inafferrabilità della realtà e di generale indeterminatezza.
Chi non ha mai avvertito un accresciuto desiderio sessuale su di un treno, sentendo anche la donna meno attraente emanare potenza sessuale? 
Anche qui la promiscuità prolungata dal tempo che scorre in modo inusuale ha il suo ruolo. L'aspetto corporeo è prevalente, e osservare chi ti sta seduto di fronte per tante ore lascia spazio all'immaginazione più fervida.
Chi non ha tentato, in treno, almeno un approccio in gioventù?
E poi i profumi e gli odori forti e aspri di entrambe i luoghi risvegliano i sensi. Afrori umani che vellicano gli olfatti più intorpiditi e accendono gli spiriti più animaleschi. 
Al culmine, il pensiero naturalmente vola verso immaginari rapporti sessuali, produzione ormonale propria permettendo.

sabato 9 luglio 2016

L'AVANA E GLI "HABLANEROS".


“Los cubanos somos bocones, discutidores; conversamos a la vez, en coro disonante, sin oír los argumentos del rival. No nos juzguen mal. Recuerden que no tenemos mucha experiencia parlamentaria”.  (Noi cubani siamo sboccati, verbalmente rissosi; sovrapponiamo le nostre voci in un coro dissonante, senza ascoltare le argomentazioni degli interlocutori. Non giudicateci male e ricordate che non abbiamo molta esperienza parlamentare). 

Questa frase spiega cosa potrebbe succedere in un ipotetico regime democratico post-Castro.  
Hablar” in spagnolo vuol dire parlare. Gli abitanti dell’Avana sono definiti dagli altri cubani e dai latinoamericani in generale “hablaneros” proprio per la loro inesausta logorrea.

Secondo i racconti tramandati dai primi colonizzatori, sembra che sull'isola esistesse una sola razza canina. La nota più curiosa che si riporta è che i cani pare fossero assolutamente incapaci di abbaiare, praticamente muti. 
 Il Cuban Hound, segugio cubano, venne subito impiegato per braccare prima gli indios in fuga e poi, in un secondo momento storico, gli schiavi neri che scappati dalle piantagioni si rifugiavano sulle colline circostanti. Il cane indigeno prese il soprannome di sabueso asesino
Esportato nel sud degli Stati Uniti fece valere le proprie doti di aggressività e resistenza. 


La stragrande maggioranza delle famiglie cubane ha un cane a carico nel proprio stato di famiglia. Si tratta di una tradizione antichissima che ha resistito negli anni e perfino alle peggiori congiunture economiche. Sfiora apici inesprimibili per l’affetto e la considerazione che si riservano alle bestie in oggetto. 

Gli storici dicono che gli spagnoli usassero i cani per farsi avvisare in caso di pericoli imminenti. Dato che quest’ultimi erano incapaci di articolare anche il più semplice dei suoni, si suppone siano state necessarie delle ibridazioni con specie d’importazione occidentale per dare ai cani autoctoni il dono della parola. Oggi a Cuba i cani latrano, abbaiano, ringhiano e ululano felicemente come tutti gli altri. 




Nel pieno centro dell'Avana, al Parque Central, ogni giorno si raduna una piccola folla di tifosi di baseball, lo sport nazionale. Si raggruppano in capannelli di 20 o 30 persone e discutono animatamente delle prestazioni dei giocatori, delle strategie adottate dagli allenatori e di altre questioni tecniche. 
Nei giorni che seguono le partite più importanti che magari decidono l'assegnazione del titolo nazionale, le urla raggiungono livelli indicibili. I turisti che non conoscono le abitudini locali e passano di lì per caso, atterriti tendono a fare ampie digressioni per paura di venire coinvolti in una feroce rissa tropicale. 
Durante lo scambio di opinioni, spesso non ha la meglio chi propone argomenti più convincenti ma chi riesce ad urlare più forte, tumulando sotto le proprie onde sonore le ragioni dell'altro. Che io sappia, quasi mai si viene alle mani. 



Ciononostante, le vene al collo si gonfiano a tal punto da aver la sensazione che i contendenti siano sempre prossimi a metter mano all'arma bianca. 
Gli altri tifosi che riconoscono di non possedere doti oratorie e fonatorie tali da poter competere con i migliori urlatori del gruppo, tendono a fare da coro o contrappunto ai picchi del miglior gallo della piazza o del suo contendente. Urla di approvazione o derisione si alternano e fanno da contorno allo spettacolo.



Don Fernando Ortiz diceva che "a Cuba parlar tanto vale più del parlare bene, e parlare in generale vale più del pensare". 
Qualcuno trema al pensiero di una "lenta e pacifica transizione" proprio per questa ragione. Immaginiamo cosa succederebbe se un popolo poco abituato a scambi democratici dovesse trovarsi solo ad amministrarsi e senza l’immancabile figura paterna del “Jefe”che in America Latina è quasi insostituibile. Un casino di proporzioni sesquipedali, e chissà chi ne profitterebbe prontamente. 
Direbbero molti che il destino di Cuba e di altri paesi che non hanno mai visto il pluralismo è vedere scorrere sangue che monda e purifica, e poi consente di installare le vere democrazie, quelle dove si vota (…sic!).


venerdì 10 giugno 2016

UN CICLONE A CUBA



Ero all’Avana quando è passato Michelle nel novembre del 2001.
Nel 1998 avevo visto la coda del Mitch e non avevo capito bene cosa fosse un uragano caraibico. Il Mitch ha appena sfiorato Cuba e al massimo si sono avuti venti di 40-50 nodi d’intensità.
Michelle è stata un'altra cosa. 


Tutto è iniziato con la tipica “Ondonada Tropical” che si è sviluppata sulla costa orientale della penisola dello Yucatan. Dopo qualche giorno, come sempre succede, sul mare si è creata la condizione ideale per la formazione dell’uragano. Aria calda che sale e aria fredda che scende. Il vortice favorito dall’omogeneità della superficie del mare e la frittata è fatta.

Appena si è intuito che la situazione sarebbe precipitata, le autorità cubane hanno iniziato un martellamento radiofonico e televisivo che non avevo mai sentito prima. Ogni giorno, la metà della programmazione era dedicata agli aggiornamenti sullo stato del tempo e alle misure da prendere per prevenire danni alle persone e alle cose. 


Se penso che il Mitch in Nicaragua ha fatto 10.000 morti perché lì non sapevano neanche che l’uragano sarebbe arrivato, devo confessare che il regime cubano in tanti casi è da preferire a molte ipotetiche democrazie del continente Latino-Americano. Almeno si preoccupa dei propri cittadini. E lo fa in maniera più che solerte. 
Ha impartito per televisione tutte le indicazioni necessarie per far fronte ai mille pericoli che il passaggio di un uragano comporta. Come bloccare le finestre inchiodandole con assi di legno o marcarne i vetri con una grande X di nastro adesivo, sempre fornito dallo stato, per evitare che i proiettili vaganti spinti dal vento li mandassero in frantumi. Sono state date indicazioni su come assicurare i serbatoi dell’acqua sui tetti degli edifici. 


Ci si è perfino preoccupati di fornire assistenza psicologica preventiva alla popolazione. Pensavo si trattasse di una sciocchezza, di un'esagerazione, ma durante un uragano s’innescano meccanismi psicologici inimmaginabili. Nei giorni che precedono il ciclone e durante la sua azione, la pressione atmosferica, misurata in hectopascal, scende su valori ai quali gli esseri umani non sono normalmente abituati, a volte al di sotto di 900. Anch’io ho avvertito un certo malessere fisico. E anche mentalmente non ero in forma piena. C’era una strana tensione nell’aria. Tutte le comuni azioni quotidiane gravate di un peso aggiuntivo. In condizioni di fragilità psicologica, dicono gli esperti del ramo, un uragano può scatenare reazioni imprevedibili. E le autorità cubane si sono preoccupate di avvertire la popolazione dei rischi che tale situazione comportava per le persone mentalmente più labili. A tutto ciò va aggiunto che per quattro giorni è stata interrotta la fornitura di luce, acqua, gas. Perfino le linee telefoniche sono state bloccate. Una condizione per certi versi angosciante. Le ultime ventiquattro ore si passano in attesa dell’arrivo dell’uragano. Poi inizia a tremare tutto. 

Tutti gli alimenti accumulati nei congelatori nei giorni che precedono l'arrivo del ciclone purtroppo vanno persi a causa dell'interruzione di corrente. Il pomeriggio del giorno prima del passaggio di Michelle, un mio vicino ha pensato bene di accendere un fuoco sul pianerottolo per cucinare della carne di maiale che aveva comprato giorni prima. Recuperato un fusto di tintura per pareti, dopo averne pulito per bene l'interno, ci ha bruciato dentro della legna per fare carbonella su cui arrostire. Stanco di mangiare da giorni solo biscotti e gallette, urlando a squarciagola, ha convocato tutti i condomini sul suo pianerottolo invitandoci alla sua salute. Nessuno si è fatto pregare, e dando fondo alle scorte di ogni famiglia, abbiamo trascorso le ultime ore prima dell'arrivo del ciclone insieme e in allegria, anche grazie al tanto rum messo in comunione.


Michelle ha portato relativamente poca pioggia e molto vento. 
All’Avana eravamo al margine del secondo anello concentrico - le pareti di nuvole che circondano l’occhio dei cicloni arrivano a superare i 15 Km. d’altezza e all’interno, per un diametro di 40 Km. regna una placida calma, splende il sole e tutto sembra normale - 
Si sono avute raffiche massime di 170 Km all’ora. Nel primo anello che è passato a 150 Km da noi, nella regione di Matanzas e zone limitrofe, le raffiche hanno raggiunto i 300 Km all’ora. Si trattava di un uragano di categoria quattro, la penultima nella scala. La quinta equivale all’apocalisse. Se l’uragano fosse passato con il suo primo anello sull’Avana avrebbe fatto un danno incalcolabile. Per fortuna ha deviato all’ultimo momento ed è passato sulle campagne, risparmiando la città. 

In strada volava di tutto. Lamiere, antenne, serbatoi d’acqua, rami e molto altro. Proiettili vaganti che diventano pericolosissimi per chiunque si avventuri fuori da casa. Una delle donne più anziane del mio quartiere, con cui spesso converso per strada, mi ha parlato del ciclone del 1926 che distrusse la parte occidentale dell’Avana. Mi ha raccontato di una donna con una bambina in grembo che per sua sventura si trovò nel bel mezzo di una strada quando venne investita da un pezzo di lamiera che le tranciò di netto la testa. Continuò a correre per una decina di metri e poi cadde in terra con la creatura ancora in braccio. 


In televisione, dopo il passaggio di Michelle, hanno mostrato l’immagine di una trave di metallo di circa un metro e mezzo di lunghezza, scheggiata a punta ad un’estremità, che trasformatasi in una lancia ha trafitto il fusto di una palma reale passandolo da parte a parte. Il tronco delle palme è molto più tenero di quello della maggior parte degli alberi, ma perché un’asse ci si conficchi dentro con così tanta violenza ci vogliono raffiche di vento d’intensità per noi impensabile.


Molti edifici si sono scoperchiati. Gli alberi più vecchi della zona del Vedado hanno ceduto tirando giù i cavi delle linee elettriche e telefoniche. In molte zone della città è continuata a mancare la luce per diverse settimane. 
Nella zona vecchia alcuni edifici tra i più malandati, inzuppati di pioggia, si sono sbriciolati, come spesso succede, all’apparire dei primi raggi del sole. Ma per fortuna sono morte solo cinque persone. Solo cinque! Lo stato in queste situazioni fa un lavoro enorme, insostituibile. 

C’e’ un quartiere molto popoloso all’Avana, si chiama el Fanguito. Si trova nella zona del fiume Almendares. Ho vissuto per un anno e mezzo lì vicino e lo conosco a fondo. E’ un quartiere povero ma con una vitalità straordinaria. Alcuni gruppi musicali popolari, prima dei concerti, provano nella piazzetta centrale per raccogliere gli umori degli abitanti e trasferirli nelle loro canzoni.  La gran parte delle case si trova sotto il livello del fiume. In caso di piogge abbondanti ci sarebbe stato il rischio di un’alluvione. 



Lo stato ha evacuato l’intera popolazione. Ha fatto montare tutti su degli autobus e li ha trasferiti in alcune scuole della zona fornendo agli evacuati materassi, lumi a petrolio, alimenti e coperte. Dopo aver fatto presidiare il quartiere dall’esercito, per evitare episodi di sciacallaggio, si è aspettato che l’uragano passasse per poi re-insediare i cittadini nelle proprie case.
Sono cose che i cubani non dimenticano. Se pensano a ciò che succede quando passano gli uragani in Guatemala, Honduras o in Nicaragua hanno ragione ad affermare che la Revoluciòn non si cambia per nulla.


Quando l’uragano è passato sembra sia avvenuta una sorta di purificazione. La pressione finalmente ritorna su valori normali e già questo procura sollievo. Quello che c’era di vecchio e pericolante è spazzato via. Nell’aria c’è una sottile vena d’euforia che avvolge tutto. E’ come se si sia collettivamente scampati al peggiore dei pericoli. Ritorna il sole che contribuisce a disinfettare le ferite. La catarsi comune è stata celebrata. Prima l’allerta, poi la certezza del passaggio, la devastazione, la ricostruzione e la ripresa della vita. 
Ma ciò che più impressiona è la luce abbagliante che il ciclone regala dopo il suo passaggio. L'aria è pulitissima e rimane nitida come mai succede. L'intensità dei colori è unica e irripetibile. La sensazione visiva è simile a quella che si prova alle nostre latitudini dopo un forte temporale. Ma dopo un ciclone è tutto molto più amplificato. La visibilità consentita all'occhio umano è ai livelli più alti che si possano raggiungere.


Nelle zone dove ha colpito più duramente, l’uragano ha lasciato dietro di sé enormi danni. All’Avana ce la siamo cavata con poco.
I nomi degli uragani seguono un rigido ordine alfabetico e si alternano secondo genere: uno maschile e uno femminile, fino ad arrivare alla zeta e poi si ricomincia.



giovedì 19 maggio 2016

EL SOLAR DE BELEN EN CUBA

She reflected. "I prefer stories about squalor."
"About what?" I said leaning forward.
"Squalor. I'm extremely interested in squalor."

J.D. Salinger

"Vuoi mettere la bellezza e la sensualità di una vita disperata?"
Anonimo

B. Russell in un saggio sull’architettura e connesse questioni sociali dice che “bisogna rinunciare alle villette separate e alle case d’appartamenti, ciascuno fornito di una propria cucina, sostituendoli con un vasto cerchio di edifici costruiti attorno ad un quadrangolo centrale con cucina comune, sala da pranzo, sala per gli svaghi, per le riunioni e per il cinema”.
Sembra la descrizione del tipico solar habanero, escludendo i servizi da sala. Nelle zone più popolari dell'Avana esistono infatti dei rettangoli i cui lati sono composti da edifici ad uno o due piani con al centro uno spazio comune. Sono molto simili alle case di ringhiera che esistono a Milano e in altre città italiane ed europee. Solo un po’ più fatiscenti. 




Il solar è uno dei più importanti incubatori della cultura e delle tradizioni popolari. Tutti i ritmi cubani, conga, rumba, mambo, cha-cha-cha e salsa hanno risuonato nei solar da sempre. Così come la habanera, che è poi l’origine del tango. Alcuni dicono che perfino il jazz, nei suoi primi passi, abbia tratto ispirazione da quel giro musicale.

In ogni caso, ciò che si sa per certo è che all’inizio del secolo scorso, i pianisti dei bordelli di Buenos Aires dove nacque il tango erano quasi tutti cubani di pelle nera, espatriati verso l’eldorado argentino (a quei tempi l’economia del paese era tra le prime al mondo).
Importarono e imposero i propri ritmi e mantennero la propria religione Yoruba. Changò, dio del fuoco, è l’idolo più venerato della santerìa afrocubana e l’assonanza con la parola Tango è percepibile perfino dall’orecchio più duro.
Anche i pianisti neri americani che ai primi del secolo scorso, nel sud degli Stati Uniti, suonavano l’organo nelle chiese metodiste durante la messa domenicale, la notte del sabato, nei bordelli, con le loro note scatenavano le danze. Ma si potrebbe dire che questa è un’altra storia.


Nello spazio comune dei solar si svolge la vita collettiva.
S’ intessono passione e odio, vendetta cruenta e amori d’ogni tipo, nascita, morte naturale e procurata. Tutti partecipano con personale trasporto ai drammi e alla felicità di tutti. Vivendo in un paese tropicale dove si passa l’intera giornata all’aperto, è impossibile sfuggire all’occhio vigile dei membri della “grande comune”. La riservatezza, valore già all'incirca sconosciuto a Cuba, è qui assente. Nel solar si vive come un corpo solo. La cosa che però più colpisce è la solidarietà che esiste fra gli ospiti.
Un giorno ci si può anche insultare e perfino picchiare, ma se il giorno dopo hai bisogno di una mano puoi sempre contare sull’aiuto del vicino. Il solar è un microcosmo che rappresenta la vita a Cuba meglio d’ogni trattato sociologico. E’ semplicemente lo specchio della cultura popolare. 

Ho frequentato un solar dell’Avana Vecchia per qualche tempo perché lì viveva una mia amica. Yaneisy ha due figli (avremo modo di commentare l’onomastica locale). Dell’identità del padre del primo nessuno è certo dato che lei, nel periodo precedente il parto, aveva rapporti con due uomini: un inglese che più volte al mese veniva all’Avana per motivi di lavoro e un cubano che in passato ha trascorso otto anni in carcere per omicidio e che asserisce di essere senza dubbi lui il padre. L’uomo in questione è parecchio focoso ed anni fa ha lasciato, come spesso succede da queste parti in certi circoli, traccia del proprio impeto sul viso angelico della nostra. Le ha infatti procurato con un coltello, durante una animata lite, uno sfregio sulla guancia. Il suo soprannome è Sataná. Il secondo figlio ha un padre la cui identità è accertata e allo stesso tempo negata dato che vive a pochi isolati e non va mai a vederlo, neanche in occasione del compleanno o delle feste comandate.

Dopo poche settimane sono riuscito a impadronirmi dei segreti della piccola comunità. Yaneisy mi ha raccontato tutti gli intrighi e le storie più inconfessabili degli abitanti del solar. Tutti sanno tutto di tutti perché si vive per strada e anche le questioni più intime si discutono all’aperto, alla luce del sole e ad un altissimo livello di decibel. Nel solar non esiste un confine netto tra notte e giorno. Può succedere che alle quattro del mattino qualcuno decida di fare festa e allora si mette musica a tutto volume e si balla smodati fino all’alba. Non c’è modo di fare rimostranze e non resta altro che unirsi al gruppo e fra uno sbadiglio e l’altro provare a divertirsi.
Quando ho cercato di riaffermare il mio diritto ad un sonno ininterrotto, Yaneisy mi ha detto: “Acuerdate que estamos en un solar y aqui la gente no tiene compasion.”                                                                            
                
I bambini sono due piccole fiere tropicali cresciute per strada e l’idea di imbrigliarli risulta impensabile. La madre respira solo le ore in cui stanno a scuola. E al loro ritorno ricomincia l’inferno.
Vivendo sola non ha un attimo di tregua e quando esausta non riesce a far fronte alla contingenza, da fondo all’ultima risorsa disponibile: il Valium. Solo così ne placa l’aggressività. Una piccola dose per ognuno sciolta nella loro bibita preferita e anche lei può crollare sfinita, salvo poi svegliarsi nel cuore della notte per l’ennesima rissa o per la festa di turno.

Il “Barrio Belen”, dove si trova il solar, è una delle parti più antiche dell’Avana Vecchia ed ha una lunga e consolidata tradizione storica. Tante canzoni dell’epoca d’oro del mambo citano il quartiere e molti romanzi lo menzionano. Nella cultura e nella musica popolare si fa spesso riferimento ai personaggi della zona. Il solar era in origine un’ampia casa privata padronale con annesso studio medico. Nell’abbondante scarrozzo d’entrata si svolge la vita comune e sul tetto dell’edificio è stato costruito un altro piano poi diviso in cinque minuscole abitazioni con soppalco dove vivono una trentina di persone. Mi è spesso capitato di dormire a casa di Yaneisy, la più piccola delle cinque al piano alto, e la mattina al risveglio mi sono trovato nella scomoda situazione di non poter fare una doccia per assenza di acqua. In realtà questa scorre copiosa nei tubi dell’acquedotto ma viene intercettata dagli abitanti della parte esterna del solar che lasciano alla maggioranza che vive più all’interno poche chance.
Per gli abitanti del piano più alto si tratta di un vero tormento perché se arriva l’acqua sono obbligati a trasportarla nei secchi su per una scala sconnessa. Quando con la modica spesa di 40 dollari feci stendere un tubo fino alla cisterna sul tetto e l’acqua arrivò a farla traboccare, diventai una specie di santo della provvidenza e tutti mi adorarono. 

La traiettoria di vita di Yaneisy sembra una favola con finale triste, almeno fino al momento. A 20 anni, povera in canna e bella come il sole, con la pelle ambrata, capelli lisci castani e occhi verdi, incontra l’inglese miliardario che le fa vivere una vita da sogno e la tratta come una diva per anni. Insieme hanno un figlio e nello stesso periodo entra in scena Satanà. Quando l’inglese s’accorge della doppia relazione in corso le chiede di lasciare il cubano. Lei per paura di diaboliche rappresaglie tentenna e lui le propone di farlo uccidere, chiedendole d’informarsi quanto costerebbe il servizio. Lei non vuole arrivare a tanto e nel mezzo del guado s’impantana. L’inglese la lascia, Satanà vende la casa a lei intestata e tutto il resto, incassa i soldi e la scarica, ma per non lasciare il figlio nei guai le compra con 2000 $ il buco dove ora vive con la prole, sola ma sempre incredibilmente allegra e vociante, tanto da essere stabilmente rauca.

Un sera di fine giugno di qualche anno fa, nello stesso isolato del solar, a poche decine di metri da casa di Yaneisy è scoppiata una colossale rissa. Le parti in causa erano due famiglie della zona: Los Muchos (I Tanti) e Los Azules (Gli Azzurri).
I primi, il cui vero cognome resta ai più ignoto, hanno ricevuto tale appellativo grazie alla loro inusitata abilità di riprodursi. I secondi sono invece neri come la pece. I neri con la più scura gradazione della pelle, sotto i raggi del sole, riflettono un colore che tende all’azzurro elettrico.
Si tratta di sottigliezze cromatiche che solo un occhio ben indirizzato riesce ad individuare. Il cubano coltiva una vera ossessione riguardo il colore della pelle. Ne riesce a catalogare ogni variante e possiede una definizione per ogni singola nuance. Può perfino indovinare, con poco margine di errore, basandosi sul tegumento dei genitori, di che colore sarà il nascituro e di che fattura saranno i suoi capelli, altra ossessione irrinunciabile.
L’oggetto del contendere era all’origine un secchio d’acqua. O meglio il primario diritto ad attingere, con precedenza certa, al rubinetto che approvvigiona l’intero edificio.

D’estate il flusso idrico rallenta e il caldo feroce del tropico rende gli umori molto più instabili. E’ tutto iniziato con  due ragazzine che si sono accapigliate al momento di fare la coda per riempire i secchi. In un attimo sono scese in strada, schiumando rabbia, le rispettive madri, le zie, le cugine e via di seguito. A un certo punto, anche gli uomini hanno preso il campo, alcuni di loro armati di machete.


Botte da orbi e qualche ferita sanguinante. Per fortuna nulla di serio, grazie all’arrivo della polizia in assetto antisommossa pronta a dirimere la contesa ormai levatasi al rango di guerriglia rionale fra opposte famiglie. Io nel frattempo mi trovavo sul terrazzo del solar osservando con curiosità gli sviluppi. Pochi minuti dopo è andata via la luce, lasciando al buio l’intero quartiere. In questi casi, come usa dire, con mio fratello contro mio cugino, ma con mio fratello e mio cugino (col favore delle tenebre) contro lo straniero. I malcapitati poliziotti hanno allora dovuto fronteggiare la carica dell’intero quartiere armato di bottiglie, pietre e ogni tipo di oggetti pesanti che arrivavano da tutte le direzioni. 

Per soddisfare il mio inesausto desiderio di conoscenza ho resistito eroicamente sul terrazzo avvolto in un materasso, evitando diligentemente di essere colpito da qualsivoglia munizione. Ho continuato a fare capolino fino a quando la pioggia di oggetti non si è infittita a tal punto da impormi desistenza e pronto rientro in casa. Il bilancio finale degli scontri è stato di una ventina di feriti gravi, soprattutto poliziotti. I mezzi d’informazione locali non hanno mai fatto menzione dell’accaduto. Solo qualche frammento di notizia è filtrato sui media stranieri.



Si diceva dell’onomastica locale e delle sue peculiarità. Nomi propri come Yaneisy, Yoandri, Yunisleidi, Yuneisi probabilmente appartengono alla categoria che proviene dall’ibridazione di elementi russi con fantasie televisive o altre fonti irrintracciabili, verosimilmente indios. Molti genitori hanno perfino avuto l’ardire di chiamare i propri figli con nomi che traggono ispirazione da dubbie marche di elettrodomestici d’importazione, di profumi e perfino di accessori sportivi. La gran parte di questi sono nati negli anni ‘60 e ‘70 quando l’isolamento dal resto del mondo era massimo, tranne per i contatti con l’orbita sovietica. I nati dopo gli anni ‘80 ricevono nomi meno contorti e impronunciabili frutto dei primi accostamenti con i fuoriusciti cubano-americani che iniziano a far ritorno a Cuba per visitare i parenti e portano con se i miti della Hollywood del tempo. Proliferano quindi i Marlon, Jessica, Harold, Michael, etc.
Le due categorie si sono ormai consolidate e resistono assieme ai più tradizionali e inossidabili Pedro, Josè, Carmen ed Ana…









giovedì 12 novembre 2015

I NERI CUBANI HANNO IL PISELLO PIU' LUNGO DEI BIANCHI?



Noi occidentali di pelle bianca siamo afflitti da uno strano complesso d’inferiorità nei confronti dei cubani di pelle nera che, secondo tutte le leggende tramandate fino ai giorni nostri, sembrano possedere “pingas” (minchie in slang cubano) molto più lunghe e dure delle nostre. Incidentalmente, in Brasile, la cachaça, il famoso liquore impiegato per fare cocktails, viene chiamato pinga...



e non ci fu mai caso di “false friend” linguistico più imbarazzante – basta pensare alle possibili varianti degli slogan dei cartelloni pubblicitari.




Sappiamo del “machismo” presente in America Latina e delle acutizzazioni che il fenomeno presenta a Cuba. 

In un discorso ufficiale, parlando dell’identità del popolo cubano, Fidel Castro ha detto: “Noi non siamo Latini, siamo più che Latini, siamo Afro-Latini Americani”.
Magari sarà stato un impacciato tentativo di blandire la componente della popolazione con ascendenza afro-cubana facendola artificialmente assurgere a etnia guida del paese. 
Pare più probabile che Fidel cosciente del fatto, per fortuna nostra non ancora scientificamente accertato, che i neri ce l’hanno più lunga e più dura, abbia voluto significare con l’uso del prefisso Afro che, per proprietà transitiva e accomunante, anche tutta la popolazione meticcia e bianca potesse acquisire le virtù sessuali tipiche dei neri.



 

Le leggende però hanno sempre un riscontro nella realtà, altrimenti non sarebbero leggende. 
Negli anni ’50 all’Avana esisteva, fra i tantissimi, un piccolo cabaret dove si svolgevano quelli che oggi si chiamerebbero peep shows, spogliarelli e altro. Nel locale in questione, all’epoca molto in voga, si esibiva un nero che sembra avesse la pinga (o terza gamba per i prosaici) più grande che abbia mai calcato un palcoscenico. 
L’uomo, nel corso dello spettacolo, dopo una articolata serie di pantomime, ostentava un’erezione con successiva eiaculazione che gli impresari riuscivano a procurare mostrandogli, senza che il pubblico potesse vederli, nascosti fra le quinte, due bianchi che copulavano furiosamente. 

Bisogna ricordare che per un nero, in quegli anni, vedere una donna bianca nuda era un impossibile privilegio - anche oggi i neri con un alto status sociale tendono ad accoppiarsi con donne bianche che vengono quasi paragonate ad un trofeo. 
Sulla scena, l'uomo era di fronte al pubblico che non vedeva la coppia di bianchi, si rivolgeva alla platea e nel frattempo guardava la coppia per eccitarsi. 
Viene subito in mente il grande Diego Velasquez e il famoso dipinto “las Meninas”. Lo stesso gioco di rimbalzi visivi o mise en abyme, in questo caso in chiave hard-core. 

Si racconta che il nero, presto ribattezzato “Superpinga”, non potesse avere rapporti con la moglie né prima né dopo lo spettacolo, altrimenti il getto del suo sperma non avrebbe raggiunto le abituali distanze siderali (quindi, condanna perpetua all’orgasmo senza coito perché lo show andava in scena ogni giorno). 
L’eiaculazione, assolutamente spontanea, ottenuta senza manipolazioni di sorta, costituiva molto conseguentemente l’acme dell'intera rappresentazione. Sembra inoltre che gli spettatori delle prime file che al botteghino pagavano prezzi esorbitanti, venissero irrorati regolarmente di liquido seminale. 
La travolgente carriera di questo John Holmes ante litteram (anche noi bianchi, Deo gratias, possiamo vantare, persino con dovizia di documenti filmati, insigni esempi di superdotati) si esaurì tristemente quando il poderoso getto, con il passare degli anni, si trasformò in un insignificante e ridicolo schizzetto. 

Secondo Pedro Juan Gutierrez, che ne ha scritto in uno dei suoi romanzi, almeno fino a poco tempo fa, il Nostro, ormai avanti negli anni, mestamente languiva su di una sedia a rotelle. 
Non è un mistero inoltre che Hemingway, Ava Gardner, Errol Flynn, Brando e molte altre star di Hollywood, quando si trovavano all'Avana, fossero spesso presenti allo spettacolo, e che perfino Francis Ford Coppola, nella seconda parte del Padrino, abbia trattato l'argomento.(https://www.youtube.com/watch?v=SwFC9QKCzgw)




S’invoca a questo punto, per ridare a noi bianchi un minimo di dignità, l’intervento della Scienza della Statistica, branca perfetta ed incontestabile, affinché questa ci aiuti a ritrovare la verità. 
I miti vanno sfatati, e solo la scienza che tutti i sogni vacui distrugge, con la sua precisione può risolvere il nostro problema - i più radicali direbbero che la scienza i sogni li distrugge tutti e spesso addirittura c’impone di non sognare.
E’ necessario quindi accertare con seri studi prospettici, randomizzati, a doppio cieco e con coorti milionarie di volontari, chi ha la minchia (o pinga, secondo le latitudini) più lunga: bianchi o neri?
Ne va dell’orgoglio di un’intera razza!

mercoledì 7 ottobre 2015

UNA TRUFFA ALL'AVANA





In gran parte del Sudamerica, nelle grandi città, esistono zone in cui un turista comune non può neanche pensare di entrare. La presenza di criminali senza scrupoli consiglia di stare alla larga. A Caracas, per esempio, ho visto alberghi con inferriate fino alle finestre del terzo piano. Bolivia, Colombia, Honduras e Messico sono ormai il cruccio delle agenzie dell’Onu e degli studiosi che si occupano di violenza e narcotraffico. Per non parlare di alcune zone del Brasile.

All’Avana invece, io, comune residente straniero, ho circolato per un paio di anni con i peggiori delinquenti della città e mai nessuno mi ha torto un capello. E’ vero che alcune frequentazioni devi aver voglia di sperimentarle. Ma so anche con certezza che molti turisti sprovveduti si sono accompagnati senza saperlo ai più loschi ceffi della città.

Lo straniero da queste parti è sacro e inviolabile. Un pò perchè se lo tocchi come minimo ti danno trent’anni di galera, ma soprattutto perchè puoi sempre spillargli qualcosa. E i cubani che circolano per strada alla ricerca dei turisti non sono sempre stinchi di santo.
Nel mio caso, la scelta di frequentare persone che molti giudicherebbero poco raccomandabili è stata consapevole. 

Non parlo di tristi delinquenti d’alto bordo o truffatori di regime che pullulano in ogni parte del mondo ed entrano a pieno titolo nei salotti migliori. Mi riferisco a dignitosi straccioni che arrivano ad accoltellarsi tra loro per disperazione sognando di diventare come Scarface a Miami o John Gotti a New York.
D’altra parte tutti sanno che chi ruba una gallina è un ladro e chi truffa o ruba miliardi al mondo intero è un genio.

Per più di un anno ho avuto una fidanzata che abitava all’Avana Vecchia nel quartiere Belen. E' stata per anni la donna di un personaggio molto in vista in quelle zone. Questo è poi caduto in disgrazia e ora marcisce in carcere. 

Yamilka mi ha presentato ai suoi amici come il suo uomo e non come un turista di passaggio. Così per quasi un anno mi è spesso capitato di andar fuori con loro. Col tempo, e avendo preso confidenza, mi hanno raccontato le loro storie. Ho imparato parte del loro gergo fatto soprattutto di gesti minimi e occhiate che sembrano raccontare un romanzo. Forse ho anche avuto l’illusione di capire il prezzo e il valore di tutto, anche di una parola. Li ho visti trasformarsi in gentleman impeccabili per gabbare perfino i turisti più scafati.  

Ho anche retto il loro gioco perchè potessero mettere a segno una piccola truffa ai danni di turisti o malcapitati locali. Mi è successo di difenderli dalla polizia che voleva arbitrariamente arrestarli, garantendo la loro onorabilità. Mi hanno aperto il loro mondo e aiutato a capire tanto di questa città. Molto più di paludati studi di regime sulle cause dei malesseri sociali o sul perchè dell’aumento della delinquenza.
E’ sempre il campo di battaglia che ti fa capire. E in questa città hai la fortuna di poterlo frequentare senza rischi. Almeno per la tua pelle. 
Poi dipende da te e dalla tua capacità di offrire loro in cambio qualcosa in più, oltre ad una sbornia o qualche puttana, per divertirsi e conquistare la loro considerazione.


Una delle cose migliori di questa santa città è la possibilità di venire a contatto con chiunque, senza barriere sociali.
Guy de Maupassant diceva: “Neppure più riesco a ritrovarmi con le persone che un tempo incontravo con piacere, tanto le conosco, tanto so che cosa stanno per dirmi e cosa gli risponderò io, tanto mi è noto lo stampo dei loro pensieri immutabili, la piega fissa dei loro ragionamenti. Ogni cervello è un circo dove gira eternamente un povero cavallo imprigionato. Quali che siano i nostri sforzi, le scappatoie, le svolte, il confine è sempre là, perfettamente rotondo, senza sporgenze impreviste, senza aperture sull’ignoto. Girare, sempre girare bisogna: stesse idee, stesse gioie, stessi sbagli, stesse abitudini, stesse credenze, stesse disperazioni.”
Gli spiantati dell’Avana sono una apertura sull’ignoto! E la povertà mescola le carte più di ogni altra cosa.

Solo una bottiglia di rum di pessima qualità e il sesso che non costa niente calmano la noia e l’assenza di sogni possibili, che molti temono tanto. Ma per mettere del cibo sotto i denti bisogna inventarsi sempre qualcosa.

Anni fa sono stato reclutato da tre amici per portare a compimento una truffa ai danni di un tedesco convinto di comprare un dipinto di Renè Portocarrero. Il quadro era una orrenda crosta che i tre avevano deciso di vendere per 2000 dollari. 
Portocarrero è stato uno dei più grandi pittori cubani e latinoamericani di tutti i tempi insieme a Wilfredo Lam, grande sodale di Picasso. La sua pittura è stata fortemente influenzata dalla religione afrocubana e ha una produzione sterminata. 
I falsi abbondano a Cuba, e quello che volevano vendere al tedesco sembrava una gran sconcezza anche a me che ho poca dimestichezza con la pittura. 2000 dollari per un Portocarrero è un prezzo ridicolo, e chiunque capirebbe che si tratta di un bidone. 
Ma dall’Avana, fino alla fine degli anni '90, molti sono riusciti a portare via opere d’arte a prezzo da mercato ambulante rionale. Un pò per la fame che spingeva a svendere tutto (soprattutto nei primi anni '90), ma anche a causa di un mercato nero creato da diplomatici e mercanti d’arte stranieri che arrivavano a commissionare furti in case, i cui proprietari, prima dell’arrivo di Castro, navigavano nell’oro.

L’eco di questo commercio è arrivato anche in Europa, e fino al 2000 ogni tanto spuntava un pollo da spennare. E’ ormai diventato molto complicato contrabbandare opere d’arte perchè il regime, con grande ritardo, è corso ai ripari per arginare l’emorragia. Alla dogana ora sono tutti più accorti.

Il nostro gonzo avrà avuto 50 anni e non sembrava tanto sprovveduto. Ma sono quasi certo che di pittura ne capisse meno di me. Sembrava più che altro eccitato all’idea di portarsi a casa per pochi soldi un trofeo da mostrare agli amici, magari per dir loro che aveva fregato quattro selvaggi. I tre compari avevano agito per bene e con molta disinvoltura. Lo avevano abbordato mentre girava per un mercatino, valutando dagli accessori e dai vestiti il suo potere di acquisto. I cubani di strada sono infallibili quando si tratta di capire a quanto ammonta il tuo conto in banca.
 
Sono riusciti a farsi passare per disperati morti di fame o ancora meglio ricettatori di piccolo cabotaggio che hanno urgenza di disfarsi di merce che scotta. E per essere più convincenti hanno mostrato al tedesco un vecchio orologio da polso di marca. A Cuba, agli inizi del secolo scorso, si producevano degli orologi marca Cuervos y Sobrinos che continuano ad avere un pò di valore ancora oggi. I tre ne avevano rubato uno tempo prima e glielo hanno ceduto ad un prezzo abbastanza ridotto, sperando che mordesse l'esca. Quando gli hanno proposto di comprare un dipinto, il tedesco si è lanciato. 

A quel punto entravo in gioco io. Mi sono fatto trovare in una casa fuori dai circuiti turistici mentre esaminavo un piccolo busto di marmo che avrei dovuto comprare. 
Ero con una donna che recitava la parte della padrona di casa. Appena arrivati i quattro, ho iniziato a far finta di non capire bene la lingua, inventandomi uno strano gergo a metà tra lo spagnolo più sconquassato e l’italiano. Il tedesco, per mia sorpresa, parlava un buon italiano perchè passava le vacanze estive sul lago di Garda da anni. A quel punto tutto è filato via liscio. Quando i tre amici hanno capito che avevo stabilito un contatto con la vittima mi sono sentito improvvisamente l’attore principale. 
Secondo gli accordi avrei dovuto essere un semplice figurante ma, in un attimo, quasi tutto l’esito della truffa dipendeva da me. Ero io il protagonista. Per fortuna ho mantenuto la calma e ho sfoderato il mio miglior repertorio, se mai ne avessi avuto uno. 

Ho osannato la impeccabile fattura del busto in marmo che tra l’altro non era un falso. Credo fosse un pezzo di fine '800 che raffigurava una donna avvolta in un velo. Mi sono anche ricordato che in quel periodo i marmisti che circolavano all’Avana erano quasi tutti italiani e, fingendomi un conoscitore, ho azzardato l’ipotesi che si trattasse di marmo di Carrara lavorato da artigiani trapiantati a Cuba per soddisfare le voglie dei ricconi del tempo. E alla fine ho deciso di comprarlo per 1000 dollari. Ho tirato fuori i soldi e li ho dati alla donna. Avvolto il busto con una coperta, lo abbiamo caricato sulla mia macchina dove era rimasta ad aspettare un'amica che agiva da comparsa. L’intera scena si è svolta sotto gli occhi del tedesco che a quel punto ha pagato i 2000 dollari, ha preso il dipinto, ed è andato via contento.

Non sto a descrivere la felicità dei miei tre amici e la loro ammirazione nei miei confronti. Avevo tenuto bordone come un consumato truffatore. Per non parlare del credito acquisito dopo la nefandezza. E quella sera rum e puttane fino allo sfinimento.


mercoledì 9 settembre 2015

STORIA DI SCHIAVI NERI AFROCUBANI. TRADIZIONE ORALE YORUBA.


La verità e la menzogna si incontrarono e fecero subito scintille. La verità era più forte, ma la menzogna aveva un machete affilatissimo. Quando si scontrarono, la menzogna tagliò la testa alla verità; ma la verità, a tentoni, riuscì ad afferrare la menzogna, a strapparle la testa e a metterla sul proprio corpo. 

E da quel giorno gira per il mondo questo strano e pericoloso animale: con il corpo della verità e la testa della menzogna.